Unconventional Timeless

since 2009

performative practice  •  photography

Initiated in 2009, Unconventional Timeless, the research project by Viola Pantano, has evolved alongside the artist’s career, taking shape as a visual practice in which the final image is never the starting point, but rather the trace of a broader process. Over the years, Pantano has developed a language situated between cinema, performance, and scenographic construction, using photography as the site where an event of a performative and deeply artisanal nature is condensed.

The environments—often marginal landscapes of the Italian hinterland, everyday spaces, or thresholds between nature and the city—become temporary sets for minimal, enigmatic actions, sometimes even impossible ones. They are inhabited by figures encountered along the way: presences that bring a quiet authenticity to the scene, foreign to any form of theatricality. “Rather than combining elements, it is about constructing a condition in which every fragment finds its necessity.” 1 (D.M.P.)

What unfolds within the space resembles a micro-performance: an organized action that takes shape for a limited time and, once completed, disappears. The final image remains as the only testimony of that event. “Chance is not the absence of control, but a synchronization between elements that meet and generate meaning.” 2 (R.P.)

Pantano constructs these situations as if directing a film that will never actually be shot. The resulting image appears as the fragment of a broader narrative, an isolated moment from a story that remains invisible. Costumes, objects, and sometimes small sculptural structures are conceived and handmade by the artist: painted, assembled, and slowly constructed elements, intended to exist physically within the space of the ephemeral action. The process, invisible to the viewer, thus becomes the true core of the work. “Fiction is not an artifice, but a tool for expanding the visible.” 3 (A.C.)

Psaradonis (2012), 70 × 100 cm, print on Hahnemühle FineArt Baryta, private collection (Jacopo Leone)

Silvana, dispensatrice (2017), 70 × 100 cm, print on Fedrigoni Extra White 340 g/m², edition of 5

During the making of the work, the artist does not search for a single decisive moment; rather, she observes the action as it unfolds over time, recording a sequence of closely related fragments. Each shot isolates objects, details, and subjects individually, allowing the composition to be refined to its fullest harmony; every visible element has actually been present within the space of the action, often supported by technical devices such as scaffolding, ladders, or nylon threads. These images are later recomposed into a single vision, the result of an editing process that condenses multiple moments, gestures, and perspectives within the same scene.

The outcome is a composition in which temporal continuity is suspended and reorganized: subjects and objects may appear simultaneously in impossible, suspended, or multiplied positions, generating a perception that exceeds real experience. “Space is never neutral: it is constructed, transformed, staged. Places that appear real reveal themselves as devices in which reality shifts and opens toward another dimension.” 4 (C.O.)

Within this layered construction, a principle of mise en abyme also emerges, whereby the image seems to contain and reflect itself, opening onto a potentially infinite and self-reflexive visual dimension. In this sense, photography is not the original work but its document. “The image does not fix a moment; it holds a duration: a condition in which the real expands.” 5 (C.C.)

Before the widespread diffusion of advanced image-manipulation software—and long before the current era dominated by artificial intelligence—Pantano’s practice deliberately chooses the opposite path: slowing down. Time becomes material, reclaiming the materiality of the artistic gesture. Even when a photograph could easily be constructed through digital photomontage, the artist insists on the physical presence of making. A photography that does not simply capture the world, but stages it—and suspends it.

¹ Domenico Maria Papa; ² Roberta Pucci; ³ Angelo Capasso; ⁴ Christian Omodeo; ⁵ Charlotte Cirillo

research: diary page 31 (2018), 33 × 50 cm, print on Canson® Infinity Rag Photographique 310 g/m², edition of 5

Avviata nel 2009, la ricerca Unconventional Timeless di Viola Pantano si evolve in parallelo alla carriera dell’artista, configurandosi come una pratica visiva in cui l’immagine finale non è mai il punto di partenza, ma la traccia di un processo più ampio. In questi anni l’artista sviluppa un linguaggio che si colloca tra cinema, performance e costruzione scenica, utilizzando il mezzo fotografico come luogo di condensazione di un evento di natura performativa e profondamente artigianale. Gli ambienti – spesso paesaggi marginali dell’entroterra italiano, spazi del quotidiano o soglie tra natura e città – si fanno set provvisori per azioni minime, enigmatiche, a volte impossibili. Li abitano figure incontrate lungo il cammino: presenze che portano nella scena un’autenticità silenziosa, estranea a ogni teatralità. “Non si tratta di unire elementi, ma di costruire una condizione in cui ogni frammento trova una necessità.”¹ (D.M.P.)

Ciò che accade nello spazio è una sorta di micro-performance: un’azione organizzata che prende forma per un tempo limitato e che, una volta conclusa, scompare. L’immagine finale rimane come unica testimonianza di quell’evento. “Il caso non è assenza di controllo, ma una sincronizzazione tra elementi che si incontrano e generano senso.”² (R.P.)

Pantano costruisce queste situazioni come se stesse dirigendo un film che non verrà mai girato. L’immagine che ne deriva appare come il frammento di una narrazione più ampia, un momento isolato di un racconto che rimane invisibile. Costumi, oggetti e talvolta piccole strutture scultoree vengono progettati e realizzati manualmente dall’artista: elementi dipinti, assemblati, costruiti lentamente, pensati per esistere fisicamente nello spazio dell’azione effimera. Il processo, invisibile allo spettatore, diventa così il vero fulcro. “La finzione non è un artificio, ma uno strumento per espandere il visibile.”³ (A.C.)

Rebecca Bianchi (2020), 40 × 60 cm, print on Fedrigoni Extra White 340 g/m², edition of 5

libero arbitrio (2021), 33 × 50 cm, print on Fedrigoni Extra White 340 g/m², edition of 5

Durante la realizzazione l’artista non ricerca un unico istante decisivo; osserva piuttosto l’azione mentre si dispiega nel tempo, registrandone una sequenza di frammenti ravvicinati. Ogni scatto isola oggetti, dettagli e soggetti singolarmente, così da lavorare al massimo sull’armonia della composizione; ogni elemento visibile è realmente stato nello spazio dell’azione, spesso sostenuto da dispositivi tecnici come impalcature, scale o fili di nylon. Queste immagini vengono successivamente ricomposte in un’unica visione, esito di un montaggio che condensa molteplici momenti, gesti e prospettive all’interno della stessa scena. Ne deriva una composizione in cui la continuità temporale è sospesa e riorganizzata: soggetti e oggetti possono apparire simultaneamente in posizioni impossibili, sospese o moltiplicate, generando una percezione che eccede l’esperienza reale. “Lo spazio non è mai neutro: è costruito, trasformato, messo in scena. Luoghi apparentemente reali si rivelano dispositivi in cui la realtà si altera e si apre a una dimensione altra.”⁴ (C.O.)

In questa costruzione stratificata si insinua anche un principio di mise en abyme, per cui l’immagine sembra contenere e riflettere se stessa, aprendo a una dimensione visiva potenzialmente infinita e autoriflessiva. In questo senso la fotografia non è l’opera originaria ma il suo documento. “L’immagine non fissa un momento, ma trattiene un tempo: è una condizione in cui il reale si espande”⁵ (C.C.)

Prima della diffusione capillare dei software di manipolazione avanzata e molto prima dell’attuale stagione dominata dall’intelligenza artificiale, la pratica di Pantano sceglie deliberatamente la via opposta: rallentare. Il tempo diventa materia. Rivendicando la materialità del gesto artistico. la materialità del gesto artistico. Anche quando la fotografia potrebbe essere facilmente costruita attraverso il fotomontaggio digitale, l’artista insiste sulla presenza fisica del fare. Una fotografia che non cattura semplicemente il mondo, ma lo mette in scena — e lo sospende.

¹ Domenico Maria Papa; ² Roberta Pucci; ³ Angelo Capasso; ⁴ Christian Omodeo; ⁵ Charlotte Cirillo