Esclamazione orizzontale
2025


Sheet metal, powder coating (RAL 1023), and Mother Nature
300 × 70 × 1.5 cm
FareUtopie private collection
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The work was realized with the support of Marco Galuppi and Mirko Frioni.
An exclamation mark—by nature vertical and dominant—renounces its authoritative posture and gently yields to gravity. It settles on the ground, enters silence, transforming from a shout into a whisper, from a commanding gesture into a listening presence. The work thus transfigures a symbol of assertion into a figure of humility and proximity.
It invites a gesture of lowering—bending, lying down, rotating one’s gaze—in order to abandon a dominant perspective and embrace another way of seeing: no longer a world underlined from above, but one perceived at close range, brushed in its most discreet essence. It is an invitation to relinquish visual control, to replace dominance with attention, height with closeness, eloquence with silence.
Within this exhortation lies an archaic return: to the earth that receives, to care, to listening as a form of knowledge. It is there, in proximity to the ground—where all things grow, where roots intertwine and time slows—that a wonder reveals itself, one that does not shout, but waits.
Un punto esclamativo — per sua natura verticale e dominante — rinuncia alla propria postura autoritaria e si abbandona dolcemente alla gravità. Si posa al suolo, entra nel silenzio, trasformandosi da grido in sussurro, da gesto che impone a presenza che ascolta. L’opera trasfigura così un simbolo di affermazione in una figura di umiltà e prossimità.
Essa invita a un gesto di abbassamento — chinarsi, sdraiarsi, ruotare lo sguardo — per abbandonare una prospettiva dominante e accogliere un altro modo di vedere: non più un mondo sottolineato dall’alto, ma percepito da vicino, sfiorato nella sua essenza più discreta. È un invito a cedere il controllo ottico, a sostituire il dominio con l’attenzione, l’altezza con la vicinanza, l’eloquenza con il silenzio.
In questa esortazione si cela un ritorno arcaico: alla terra che accoglie, alla cura, all’ascolto come forma di conoscenza. È nella prossimità del suolo — dove ogni cosa cresce, dove le radici si intrecciano e il tempo rallenta — che si rivela una meraviglia che non grida, ma attende.